Il Festival di Teatro Antico di Veleia amplia il proprio orizzonte; pur conservando il suo centro nell’area archeologica, estende il disegno a Vigoleno, Castell’Arquato, Castelnuovo Fogliani, componendo una mappa sensibile in cui luoghi, paesaggi e comunità entrano a far parte di in un unico racconto. Il Festival si fa circuito senza disperdersi: allarga le proprie traiettorie pur continuando a riconoscersi nella forza della sua origine.
L’estensione riguarda anche la trama delle collaborazioni. La nuova sinergia con il Festival Illica, il rinnovarsi del rapporto con XNL, il dialogo con ATER Fondazione, Filarmonica Arturo Toscanini e Cineteca di Bologna intensificano la risonanza del progetto, superando la dimensione della semplice alleanza operativa e componendo un sistema di incontri in cui il teatro antico si apre al confronto con altri linguaggi, competenze, realtà artistiche e istituzionali, mantenendo saldo il proprio centro. La multidisciplinarità diventa così pratica concreta di relazione.
“Ogni edizione del Festival di Teatro Antico di Veleia nasce da una domanda rivolta al nostro tempo – ha detto la direttrice artistica Paola Pedrazzini – questa domanda prende forma in un luogo che non è un semplice scenario:
è memoria e misura del rapporto tra passato e presente.
Progettare il Festival di Veleia significa interrogare l’antico non come repertorio concluso, ma come insieme di categorie capaci di leggere le inquietudini del pensiero contemporaneo.
Negli anni il Festival ha scelto di restare fedele a quelle categorie -anche rielaborate- sottraendosi alla forma più facile del contenitore generalista. Ha così disegnato la propria identità, radicata nel genius loci di Veleia: non perimetro difensivo, bensì principio di orientamento, custode della riconoscibilità del progetto anche nel suo movimento”.
Il disegno dell’edizione 2026 lascia emergere direttrici tematiche in cui l’antico si misura con le fratture del presente, a partire dalla guerra, sottratta alla retorica della gloria e ricondotta alla verità dei corpi esposti, delle madri, dei figli, degli stranieri. Qui si inscrive Medea di Lidi (donna, straniera, consegnata all’esilio; accanto a lei, i bambini, punto fragile in cui la storia degli adulti precipita nel futuro). Alla stessa ferita rispondono lo sguardo di Cecilia Sala sui conflitti contemporanei e la nuova creazione di Gioele Dix dedicata a
Ettore e Andromaca.
Un altro leit motiv è l’incanto che attraversa il viaggio nell’Odissea di Paolo Rossi, l’incontro di Lella Costa con la fata di Collodi, la soglia iniziatica de Il flauto magico restituita dall’interpretazione di Sergio Rubini e dalla potenza musicale della Toscanini. Torna, naturalmente il mito, radice comune, come strumento critico (Bestiario idrico di Paolini riconduce l’acqua -presenza iscritta nella memoria termale di Veleia- alla dimensione civile, ecologica, comunitaria), rielaborazione simbolica (della figura del minotauro ad esempio, nella raffinata ironia di Arianna Safonov), ma anche nella sua matrice originaria grazie a Bottega XNL-Fare Teatro che porta a Veleia la grande tragedia attica (Medea di Euripide) e che nella sua coralità, rinnova la dimensione più
profonda del teatro greco, quella del rito civile di una comunità riunita per rivivere, attraverso la scena, i miti di un passato collettivo.
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