QUANDO IL LAVORO E’ UNA SCHIAVITU’: COME SPEZZARE LE CATENE INVISIBILI. IL CONVEGNO IN CATTOLICA CON LA PROCURATRICE PRADELLA

Esistono forme di schiavitù che non lasciano tracce visibili ma che, ugualmente, colpiscono i lavoratori con meno tutele, intrappolati in forme di sfruttamento e che faticano ad essere riconosciute. Anche sul territorio piacentino, come confermano i 32 procedimenti avviati dalla Procura della Repubblica dal 2021 ad oggi.
Se ne è parlato all’Università Cattolica nel convegno Spezzare le catene invisibili, nell’ambito di EVOLVE, la ricerca triennale co-finanziata dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano per portare alla luce lo sfruttamento silenzioso nei luoghi di lavoro e portarlo all’attenzione non solo degli accademici ma soprattutto degli studenti e della città intera. I settori dove maggiormente si concentrano forme, più lo meno gravi, di sfruttamento sono quello agricolo e logistico; l’indagine della Cattolica mettere in luce il forte legame tra schiavitù e sostenibilità, o meglio, insostenibilità ambientale.

La Procuratrice della Repubblica Grazia Pradella ha affrontato il tema dello sfruttamento lavorativo portando esempi concreti di indagini che hanno condotto alla condanna dei caporali. Uno dei casi più eclatanti è quello che ha riguardato lo sfruttamento di lavoratori del Bangladesh, impiegati in agricoltura, da parte di connazionali. Il reclutamento avveniva direttamente nella nazione di origine a fronte di una spesa di 9 mila euro per arrivare in Italia spesso insieme alla famiglia; dalle 9 alle 11 ore nei campi, con una paga oraria di 5,5 euro a fronte dei 10,46 minimi contrattuali. Dalla paga mensile venivano detratti 110 euro per il posto letto; nessuna visita medica, nessun dispositivo di protezione, se non un paio di guanti. Il tutto in un contesto di minacce da parte dei connazionali reclutatori che arrivano a pagare i lavoratori 100 euro al mese.

 

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